Servizio sanitario nazionale: per Crea Sanità va fatto il tagliando

Scarsamente finanziato, sottorganico e non equo. Il Servizio sanitario nazionale in Italia non gode di buona salute, secondo l’analisi contenuta nel 20° Rapporto realizzato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (C.r.e.a.), presentato nella sede del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel). Il documento, che quest’anno ha il titolo “Manutenzione o trasformazione: l’intervento pubblico in sanità al bivio”, si concentra sugli elementi da cui partire per un ripensamento del sistema, sottolineando i risultati positivi e negativi ottenuti dalle Regioni.

Mancanza di equità

Secondo gli autori del Rapporto, il Servizio sanitario nazionale non appare equo, dal momento che solo il 20% dei cittadini versa abbastanza per coprire i costi medi necessari al funzionamento del sistema. “Serve manutenzione e trasformazione del sistema”, afferma Renato Brunetta, presidente del Cnel,  in apertura riferendosi al titolo del Rapporto di quest’anno. “Quello che non si può misurare – dice Brunetta, citando William Thomson, noto come lord Kelvin – non si può né migliorare né governare”.

Necessario aumento del finanziamento

Oggi l’Italia è il più ricco dei Paesi “più poveri” dell’Unione europea. Per quanto riguarda la salute, sarebbero necessari almeno 20 miliardi di euro (+11,3% del finanziamento attuale), in base al Rapporto, per allineare la spesa agli standard europei, tenendo conto delle compatibilità macro-economiche. Soltanto per raggiungere i livelli di organico che sarebbe necessario avere, servirebbe un investimento di almeno 20-30 miliardi di euro. A dimostrare il bisogno di aumentare il finanziamento, vi è inoltre la voce della spesa che i cittadini sostengono direttamente per provvedere ai propri bisogni sanitari, pari a circa 42 miliardi di euro. Ben il 20% di questa spesa, è sostenuto da famiglie “povere”, che farebbero a meno di pagare di tasca propria. Il dato è ancora più drammatico se lo si affianca ai 2 milioni e mezzo di persone che rinunciano alle cure, stando alle stime del Rapporto.

“La spesa privata  è sostenuta da persone che di fatto hanno difficoltà economiche e che non sosterrebbero spese se non fosse necessario. Ciò ci fa ipotizzare che la spesa privata non sia inappropriata anche perché 2 miliardi di euro sono per l’acquisto di farmaci di classe A, sgravando in questo modo la spesa da parte delle Regioni”, osserva Barbara Polistena, docente di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”.

Spesa sopra le possibilità

Nonostante dal 2014 il fondo sanitario nazionale sia cresciuto a livello nominale del 2% annuo, nell’ultimo triennio, ovvero nel periodo post Covid-19, si riscontra un grande sforzo di investimento, pur tuttavia, in termini reali, il finanziamento si è ridotto a causa dell’aumento dei costi.  “La spesa pubblica – aggiunge Polistena – è inferiore di quasi il 45% rispetto a quella dei 14 Paesi “ricchi” dell’Unione, la privata è superiore al gap di Pil dell’Europa a 14, e ciò significa che l’Italia spende di spesa privata più di quello che effettivamente si potrebbe permettere rispetto alle compatibilità macro-economiche”.

Fare scelte difficili

Di fatto c’è un disallineamento fra le promesse che il Servizio sanitario pone, come equità di accesso alle prestazioni, e le condizioni macroeconomiche del Paese, secondo gli autori del Rapporto. “Quello che cerchiamo di dire è che, nonostante tutti gli sforzi, non riusciamo a reggere il ritmo. Stiamo cercando di dire che i soldi non sono l’unica soluzione del problema, ma occorre definire delle scelte difficili, ovvero, ciò che si può dare e ciò che non si può dare. Le scelte si fanno difficili perché si tratta di trovare accordi fra interessi contrastanti. Dobbiamo assumerci la responsabilità e non nascondere le difficoltà”, afferma Federico Spandonaro, docente dell’Università di Roma “Tor Vergata” e presidente di C.R.E.A. Sanità.

Il confronto fra ex ministri

A commentare i dati, si sono succeduti nella mattinata sei ex ministri degli ultimi 30 anni. Fra questi, vi è Mariapia Garavaglia, ministro della Salute dal 1993 al 1994: “a proposito della sostenibilità – spiega – abbiamo una piattaforma costituzionale ardita, perché la Corte, il 6 dicembre, ha detto che il finanziamento alla sanità è prioritario”. In conclusione aggiunge: “Non si può più tornare indietro dal sistema regionalistico, ma il ministero della Salute così com’è non serve. Se non arrivano i dati da tutte le Regioni, la regia non può governare”.

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