Mai personaggio fu, nel mondo della cultura che conta, più affascinante del filosofo ateniese, e solo in un luogo di “speculazione mentale” il suo pensiero, asciutto e pragmatico, troverà gradito e sicuro alloggio. È per me un onore e, in un certo senso, un dovere dire di Socrate. Egli visse dal 469 al 399 a.C. e, dopo 2500 anni, la sua modernità è davvero sconcertante. Dico moderno poiché il pensiero di chi professa il Vero, letto e interpretato dalla pura Ragione, non ha tempo e non può conoscere vetustà alcuna.
Eviterò di proposito orpelli stilistici, cercando di dribblare quel senso di patinatura che Socrate spesso rilevava nei discorsi degli uomini falsi. Il gran filosofo greco, com’è ampiamente risaputo, non volle scrivere nulla perché reputava la comunicazione scritta meno diretta e più ingannevole di quanto non fosse quella verbale. Il suo dire c’è stato tramandato dalle testimonianze di eccelsi personaggi della cultura cosiddetta antica: Platone, Senofonte, Aristofane.
Il parlare presuppone un’assemblea, benché minima, un incontro e, quindi, la possibilità di educarsi vicendevolmente. Lo scrivere, altresì, nasconde spesso una forma di egoismo intellettuale, non potendo la propria mente confrontarsi se non con la penna che essa stessa comanda e muove.
Il fine della filosofia Socratica non fu, come per i Sofisti, la persuasione nata dall’arte retorica che spesso si avvantaggiava dei richiami forti alle emozioni degli interlocutori. Le parole di Socrate miravano ad abituare le menti a percorrere la strada della verità; e questa poteva essere calpestata veemente soltanto dalla pura e sola Ragione.
Singolare è il tragitto del metodo attraverso il quale il filosofo ateniese praticava la sua arte pensata; questo s’intrinsecava nelle quattro tappe della dialettica: l’ignoranza di cui Socrate si vestiva per stimolare l’interlocutore a proporre la propria tesi senza alcuna inibizione; il “so di non sapere” è quindi il mezzo primo di approccio ad una possibile verità; l’ironia con cui egli sposava inizialmente, e solo apparentemente, i presupposti dell’”altro”; la confutazione con cui mostrava come da simili assunti si giungesse a conclusioni inesatte anche per lo stesso interlocutore; la maieutica, l’arte di far partorire, con la quale Socrate accompagnava l’interlocutore a nuovi presupposti e a nuovi traguardi facendo leva esclusivamente sulla ragione di questi, semplicemente stimolata.
La vera natura dell’uomo, la sua profonda essenza, risiedono nell’anima, un’entità, questa, per la prima volta considerata al di fuori del cosmo religioso nel quale da sempre essa è forzatamente ospitata. “Conosci te stesso” vorrà allora significare “conosci la tua anima”, piuttosto che “conosci la tua mente”.
Dall’assunto per definizione più socratico sboccia l’invito all’uomo di ricercare sempre e in ogni caso la verità. E ciò non può avvenire se non si inizia a conoscere se stessi, il primo naturale oggetto di conoscenza.
Mediante lo studio e la lettura del sé l’uomo arriva alla felicità, che altro non è se non il perpetuo tentativo di divenire ciò che la sua natura auspica, e per Socrate forse esige: “una vita senza ricerca non è vita umana”. Se io penso potrò aspirare a conoscere ciò per cui sono nato, a occupare quel posto illuminato che altrimenti rimarrebbe vuoto o, peggio ancora, occupato da un uomo diverso da me e quindi bisognevole di altra luce.
Colui che sa conosce bene la strada da percorrere, e gli innumerevoli bivi che incontrerà nel percorso della sua vita per lui saranno sempre strada dritta; egli sceglierà comunque ciò che per sé e meglio (aretè). Abdicare alla razionalità e concedersi alle passioni è però moralmente accettabile, sempre che queste vengano arginate nelle misure e nei tempi dettati dalla Ragione.
Una divinità trainava la vita ed il pensiero di Socrate, ma a questa l’ateniese non riferiva alcun nome proprio. Il vero Dio di Socrate risiedeva compiutamente nell’umanità ed il motivo per cui bisognava fare il bene era tutto nell’umanità stessa, e non nella speranza di ricompense o nella paura di pene ultraterrene. Qui il “so di non sapere” assume evidentemente altro valore, manifestando l’unica grande incertezza che pascola nell’anima del Sapiens. L’assunto non è qui funzionale al metodo, né ad alcuna altra cosa, esso semplicemente paventa quel finito che argina anche il più grande uomo.
Socrate fu esempio massimo di fedeltà alla sua patria. Il suo tragico epilogo, vissuto in totale serenità e dopo una famosa autodifesa che mortificò ogni capo d’accusa, avvenne soltanto perché così le leggi ateniesi avevano stabilito. Si potrebbe ovviamente scrivere ancora per ore, ma credo che questa mio dire, drasticamente schematico, debba avere come primo scopo quello di incuriosire i lettori affinché essi promuovano un personale approccio, qualora non fosse mai stato fatto, al pensiero di un personaggio che affrancò per primo l’uomo da ogni altra creatura o divinità. La dignità umana nacque, in un certo qual modo, proprio con Socrate, ed ogni suo buon seguace cos’è se non uomo magnifico?
Fonte Rai News

