COSENZA – Quattro mesi fa l’ospedale dell’Annunziata era per lei il luogo dove lottare per restare viva. Oggi, da migliaia di chilometri di distanza, Gaia Vitiello, 24 anni, studentessa originaria di Boscotrecase (Napoli), è stata indicata come “ambasciatrice dei valori dell’azienda ospedaliera di Cosenza”, simbolo di gratitudine e fiducia nella sanità pubblica che funziona.
La sua storia è stata raccontata nel corso dell’iniziativa “Botulino: il veleno che ferma il respiro”, organizzata dall’Azienda ospedaliera di Cosenza. Collegata in video dalla Thailandia, dove oggi si trova per lavoro, Gaia ha ripercorso i giorni del ricovero in terapia intensiva dopo la grave intossicazione da botulino che aveva contratto in vacanza a Diamante, consumando un panino acquistato in un food truck abitualmente frequentato dai turisti.
Dalla vacanza all’incubo del ricovero
È il 5 agosto 2025 quando, dopo una serata con gli amici, Gaia si ferma per il “solito panino”: salsiccia, patatine, maionese e, per la prima volta, l’aggiunta dei broccoli e friarielli, “da buona napoletana”. Poche ore dopo compaiono i primi disturbi intestinali, inizialmente scambiati per una semplice indigestione. Il giorno seguente, però, la situazione precipita: difficoltà a deglutire, tremori, problemi respiratori.
Trasportata dapprima in una struttura nel Tirreno cosentino, viene quindi trasferita d’urgenza all’ospedale Annunziata di Cosenza, dove i sanitari sospettano subito il botulismo alimentare e dispongono il ricovero in terapia intensiva. Qui a Gaia viene somministrata l’antitossina botulinica, richiesta tramite i canali ministeriali e giunta in tempi rapidi, terapia che si rivelerà decisiva per salvarle la vita.
La paura dietro la porta della Rianimazione
Nel suo intervento, Gaia non nasconde l’impatto emotivo di quei momenti: «Quando si è chiusa la porta della Rianimazione ho pianto, ho 24 anni e ne avrò 25, 26 e poi 27», racconta, ricordando lo smarrimento e la consapevolezza della gravità della situazione.
Fondamentale, secondo la giovane, è stata la scelta di una terapia intensiva “aperta”, che le ha permesso di vedere e sentire la famiglia anche nei momenti più critici: «Poter parlare con mio padre, mia madre e mia sorella è stata per me una cura potentissima», ha spiegato, sottolineando come la vicinanza affettiva abbia affiancato quella clinica nel percorso di guarigione.
Gaia descrive le difficoltà della vita quotidiana durante e dopo il ricovero: azioni all’apparenza banali, come bere un sorso d’acqua o ingoiare un cucchiaio di omogeneizzato, diventano conquiste faticose. Ma, precisa, in reparto non si è mai sentita sola: medici, infermieri e operatori sanitari vengono ringraziati più volte per l’attenzione continua e la capacità di rassicurare i pazienti.
Il ringraziamento all’Annunziata e la nuova vita
Dimessa dall’Annunziata, Gaia ha proseguito la riabilitazione fino a tornare a una vita piena: oggi non porta più gli occhiali, viaggia, lavora all’estero e, come ha detto sorridendo, “mangia ancora i friarielli”, a conferma della volontà di non lasciarsi definire dalla malattia né dalla paura.
Durante l’evento a Cosenza ha voluto trasformare la propria esperienza in un messaggio di speranza: «Se la mia voce oggi può essere utile a un paziente, a un medico o a un infermiere, allora quanto è accaduto diventa un po’ meno difficile da accettare. È un onore essere viva».
L’Annunziata hub regionale per l’antidoto
La vicenda di Gaia si inserisce nel più ampio quadro del focolaio di botulismo esploso in estate tra i clienti dello stesso food truck di Diamante, che ha provocato decine di ricoveri in Calabria e causato anche decessi in altri casi collegati, con inchieste aperte dalla magistratura e indagini sanitarie a livello nazionale.
Alla luce di come l’emergenza è stata gestita, il Ministero della Salute ha individuato proprio l’Azienda ospedaliera di Cosenza come deposito di riferimento per la Calabria e parte del Mezzogiorno dell’antitossina botulinica: una decisione che riconosce il ruolo strategico dell’Annunziata nella risposta ai casi di botulismo e rafforza la sua funzione di hub regionale nelle emergenze infettive.
Una testimonianza che diventa monito
La storia di Gaia, oggi indicata come “ambasciatrice” dell’ospedale cosentino, diventa così una testimonianza a più livelli: un tributo alla competenza del personale sanitario che ha evitato una tragedia, un invito a rafforzare la prevenzione e i controlli sulla sicurezza alimentare, e un messaggio di fiducia verso una sanità che, nonostante le criticità strutturali, è capace di risposte rapide ed efficaci.
Per Gaia, infine, il ritorno alla normalità passa anche dalla volontà di continuare a frequentare la Calabria e Diamante, luoghi ai quali resta legata: una scelta che vuole essere il segno concreto che la paura, pur segnata dal ricordo, non le ha tolto il futuro.

